PRESENTAZIONE di Sil­vio Raffo, poeta

Secondo il ben noto mito pla­to­nico il corpo sarebbe la pri­gione dell’anima: quest’ultima sarebbe “caduta” dall’Iperuranio, il mondo delle pure Idee, a causa di un “appe­san­ti­mento” dello spi­rito, fat­tosi più grave e più greve per l’insorgere di un improv­viso moto di sfre­nata concu­pis­cenza del cavallo nero o dell’auriga col­pe­vole di una cieca brama che gli avrebbe offus­cato l’intelletto. Questa visione sos­tan­zial­mente schi­zo­fre­nica, che san­cisce una netta sepa­ra­tezza tra corpo e anima a svan­tag­gio di quest’ultima, non è sol­tanto del mondo greco, ma anche di certe espres­sioni del medioevo cris­tiano: per molti secoli il corpo, soprat­tutto nell’ascetismo più rigido , conti­nua a essere visto, trannne che nel geniale e rivo­lu­zio­na­rio San Fran­cesco, come sede e fonte del “pec­cato”. Il concetto di corpo come ‘velo’ dell’anima, cus­tode piut­tosto che car­ce­riere, è pre­sente in molti poeti e pit­tori del Roman­ti­cismo e del Sim­bo­lismo, da Blake a Cole­ridge, da Moreau a Schwabe; ma è forse il pen­siero orien­tale a favo­rire la più salu­tare fusione fra i due ele­menti: è la filo­so­fia zen ad affer­mare chia­ra­mente che il vuoto è il pieno e vice­versa. “Soma” e “Psyche”, insomma, non sono nemici: l’ultima cosa che deve acca­dere è che siano nemici. L’armonia fra soma e psiche è il car­dine senza il quale il nos­tro io non può sos­te­nersi equi­li­bra­ta­mente nel suo sog­giorno terreno.

La mac­china foto­gra­fica, nel fis­sare i tratti del corpo, cat­tura anche l’essenza dell’anima, né deli­nea una fisio­no­mia crip­tata da forme visi­bili ma non per questo irrin­trac­cia­bile. Mi sem­bra sia in questa dire­zione che si muo­vono Mar­ghe­rita Crocco e Anthony Chre­tien: la prima, ricol­le­gan­dosi non a caso alla tec­nica dell’Haiku giap­po­nese, in cui la realtà più pro­fonda si condensa in un essere che è insieme dive­nire; il secondo favo­rendo lo slan­cio del corpo in una danza ani­mata dal sof­fio vitale, tesa all’infinito. Da una parte la stasi, par­ti­co­lari ana­to­mici il cui punto di forza è pro­prio la sos­tanza cor­po­rea dell’”hic et nunc”, l’evidenza del reale senza ambi­zioni di fuga o di orna­mento, dall’altra il movi­mento (anche) leggiadro,il fas­cino dell’aereo vol­teg­giare, la ten­ta­zione della Bel­lezza che conduce fuori dai vin­coli del contin­gente. (E non è questo forse la danza, un ane­lito di subli­ma­zione del rela­tivo in un volo del corpo e insieme dell’anima?)

Come sempre, i due ele­menti in appa­rente contrasto vanno a com­porre un “uni­cum” acen­trico, poi­chè “Illu­sione del viag­gio è il movimento/ Ogni sosta è fin­zione di traguardo./ Non sai se andare o stare: al fuoco lento/ della Visione consumi lo sguardo”.

COMMENTI della cura­trice Mya Lurgo, gallerista

Mar­ghe­rita Crocco insegue l’effimero attra­verso il corpo che cam­bia, muove e com­muove. I suoi scatti foto­gra­fici fanno rife­ri­mento al poema — haiku –di ori­gine giapponese:

- “Pos­sano le mie ossa sbian­care fino al cuore il vento pene­trando il mio corpo” (Issa).

La ricerca artis­tica è tesa a tras­durre l’evanescenza di ciò che chia­miamo confi­den­zial­mente “realtà” e il corpo nudo si fa sim­bolo della nas­cita e della morte: atti pri­vati e senza fron­zoli, dove l’abito non è richiesto e l’anima torna libera di rive­larsi nella sua leggerezza.

Anthony Chre­tien foto­grafa il moto dell’anima che danza: un lin­guag­gio cor­po­reo che si fa parola e silen­zio, velo­cità e stasi.La sue imma­gini vibrano nell’aria, sos­pese tra ciò che potrebbe acca­dere o non acca­dere mai; qui nelle sue opere, la cadu­cità della vita si riap­pro­pria dell’eterno incondizionato.

Mya_Lurgo_Gallery